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VerbumPress

Caravaggio non era per nulla “il pittore maledetto”

Il mio Caravaggio

Quando Caravaggio fu finalmente riscoperto, nel 1951, di lui si conosceva molto poco; era un pittore sconosciuto, noto solo a pochissimi studiosi. Gli invidiosi e perfidi biografi del ‘600 lo avevano fatto sparire dalla storia dell’arte, seppellito le sue opere e il suo stile. Pertanto, in quegli anni del ‘900, non avendo notizie, tali biografie dei suoi contemporanei si presero per veritiere, senza una verifica critica. Da ciò proviene la sua fama di uomo aggressivo, violento, un assassino, fino alla risibile definizione di “pittore maledetto” che poteva rendere più affascinante la vita di un pittore vagabondo.

Ma, negli ultimi 30 anni, i critici dell’arte e gli studiosi hanno cominciato a porsi delle domande su chi davvero fossero quei biografi e tutti i personaggi che avevano incontrato Michel’Angelo. Le storie riguardanti il pittore sono state così delineate in modo molto differente. Un esempio è proprio la scoperta di chi fosse davvero quel Ranuccio Tomassoni che morì per mano del Merisi.

Il giovane apparteneva a una famiglia di spadaccini e militari. In numerosi documenti del Tribunale vengono riportati gli interrogatori relativi a risse o fatti di sangue in cui il clan Tomassoni fu coinvolto, violenze intese a imporre il proprio potere nel quartiere di Campo Marzio, al centro della città. Le fonti d’archivio descrivono sempre gli esponenti della famiglia come tipi tracotanti e rissosi, che erano soliti risolvere in modo violento le questioni con i loro avversari. La giustizia ebbe modo di occuparsene in diverse occasioni in cui minacciavano di vendetta chi ne voleva intralciare i loschi affari e confermare la loro supremazia nel quartiere.

Non è che i loro amici fossero da meno, accompagnandoli nelle scorribande notturne, coinvolti spesso in risse e atti di violenza, naturali sbocchi delle loro doti militari, venendo perciò più volte arrestati, come riportato nei registri del tribunale del Governatore di Roma.

Ranuccio, in particolare, si interessava della prostituzione delle ragazze e del controllo del gioco d’azzardo nelle osterie. Gli studiosi hanno evidenziato, con dovizia di particolari, che Ranuccio Tomassoni da Terni non era affatto quel «giovane di molto garbo» che, stravolgendo gli avvenimenti, piacque descrivere al Baglione, né era «un giovine suo amico», come indicato da Bellori e Celio. Eppure, in quegli anni, i due pittori – Baglione e Celio presenti a Roma all’epoca dei fatti – non potevano ignorare gli avvenimenti di quegli anni né come si era svolta davvero la lite fra il malvivente e il pittore. Erano proprio in malafede. 

Baglione e Bellori, proprio come se nulla sapessero, riproposero la versione della sfida alla pallacorda: «per certa differenza di palla a corda, sfidaronsi…» (Baglione), «Venuto però a rissa nel giuoco di palla a corda con un giovine suo amico, battutisi con le racchette, e prese l’armi uccise il giovine…» (Bellori). 

Celio, che pure avrà conosciuto bene i fatti, non fu da meno, scrivendo che Michel’Angelo era stato sì provocato, ma semplicemente da una racchettata. «Ma pigliandola nel gioco della palla con un certo Ranuccio da Terani, e venendo a costione seco, cagione che ne haveva havuta una racchettata esso Michele, ne restò occiso esso Ranuccio».

Riuscirono così a tramandare l’oscura immagine di un pittore non solo violento, ma soprattutto uno spietato assassino che, per la banalità di un punto contestato al gioco della pallacorda, prese la spada e uccise un suo amico, un bravo giovane, vigliaccamente, mentre era caduto a terra. 

Si sarebbe potuto costruire un peggiore ritratto?

*Giuseppe Elio Barbati, giornalista